MANUALE DI INTRODUZIONE AL NUOVO TESTAMENTO

Giovanni Leonardi

CAPITOLO VII: GNOSI E GNOSTICISMO


DEFINIZIONE

Lo gnosticismo è solo una manifestazione particolare della gnosi nell'ambito del cristianesimo, soprattutto dalla fine del I° fino al III° sec. La gnosi invece ha una origine anteriore al cristianesimo e si estende molto al di la dei suoi confini.

La gnosi non è tanto una religione o una filosofia razionalmente costruita, ma una percezione quasi istintiva dell'animo in rapporto alla natura di Dio, del mondo e dell'uomo. In base al contesto in cui viene sperimentata si identifica con varie religioni: In India si pensi al Buddismo, nell'antico Iran al Mazdeismo. Si trova anche nell'antico Egitto, in Grecia e in vari altri luoghi.

ELEMENTI COSTITUTIVI FONDAMENTALI

1) Dualismo non originario. Il mondo (soprattutto il mondo fisico) è il frutto di un allontanamento e impoverimento di parte della originale natura divina.

2) Sentimento di rottura e inconciliabilità tra il proprio io e il mondo visto come male, peccato, perdita della propria originaria natura divina.

3) Ricerca della salvezza come liberazione da questo mondo relativo e imperfetto attraverso l'unione con l'assoluta perfezione di Dio.

4) Identità tra fedele e assoluto divino.

5) Necessità di una rivelazione perché l'anima possa riconquistare il senso della sua reale natura svegliandosi dal sonno in cui la costringe la materia. Tale rivelazione non è il frutto di un impegno razionale dell'uomo ma di una illuminazione divina e non viene data a tutti.

6) Bisogno di un redentore, di una persona divina che, senza lasciarsi contaminare dalla materia, venga a sottrarre l'anima umana dal sonno e dall'ignoranza di sé in cui si trova.

7) Mezzo di salvezza assoluta è la gnosi, la conoscenza, frutto della rivelazione divina.

GNOSI, GNOSTICISMO E CRISTIANESIMO

Lo gnosticismo ebbe un notevole impatto nella storia della Chiesa dei primi secoli, al punto da creare, con Marcione, una vera e propria chiesa cristiana alternativa. Nel corso di Storia della Chiesa antica si studieranno i vari movimenti gnostici all'interno del cristianesimo. Qui serve soltanto accennare rapidamente al fatto che la mentalità gnostica, anche se non necessariamente manifestata attraverso dei movimenti strutturati, svolse un certo ruolo nell'introdurre all'interno del cristianesimo idee e atteggiamenti estranei, soprattutto attraverso la creazione di parte degli apocrifi del N.T., di cui discuteremo al cap. XII.

Si discute anche se lo stesso Nuovo Testamento non contenga, in qualche modo, degli elementi gnostici. Il fatto è probabile, non però nel senso di un loro accoglimento ma di una loro confutazione. 1 Timoteo 4:1-5 potrebbe riferirsi allo gnosticismo:

"Ma lo Spirito dice espressamente che nei tempi a venire alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori, e a dottrine di demoni per via della ipocrisia di uomini che proferiranno menzogna, segnati di un marchio nella loro propria coscienza; i quali vieteranno il matrimonio e ordineranno l'astensione da cibi che Dio ha creati affinché quelli che credono ne usino con rendimento di grazie. Poiché tutto quello che Dio ha creato è buono; e nulla è da riprovare, se usato con rendimento di grazie; perché è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera."

Il modo in cui l'Apostolo parla di questi falsi insegnamenti (spiriti seduttori e dottrine di demoni) esclude che possa riferirsi a insegnamenti dell'A.T.

D'altra parte il divieto del matrimonio e quello di certi cibi sembrano entrambi motivati dalla negazione della bontà della creazione in sé, fatto caratteristico dello gnosticismo, ma nettamente opposto all'insegnamento veterotestamentario (Gen. 1:31) e al convincimento dello stesso Paolo come mostra lo stesso testo in esame.

E' ad esempio possibile che l'apostolo Paolo abbia in mente problematiche suscitate dalla gnosi in testi come Romani 8:38,39 ("Né angeli, né principati, ... né potestà, né altezza ... potranno separarci dall'amore di Dio) o Colossesi 2:9-15 (In Cristo "abita corporalmente tutta la pienezza - pleroma - della deità ... avendo spogliato i principati e le potestà").

Molti vedono in Giovanni un possibile influsso della gnosi, magari attraverso la mediazione di gruppi giudaici eterodossi. Si tratta comunque di somiglianze verbali e concettuali superficiali (l'uso di logos, ad esempio, riferito a Gesù e che noi abbiamo già spiegato in rapporto al logos di Filone, o l'antinomia luce-tenebre) che possono ben dipendere, più che da una corrispondenza del pensiero, dal fatto di vivere nella stesso mondo culturale e dal desiderio di predicare il Vangelo usando un linguaggio comprensibile dagli altri, e facendo riferimento al mondo delle loro preoccupazioni e aspettative. Per affermare che Giovanni non è gnostico basterebbe ricordare il fatto che per lui "la Parola è stata fatta carne" (1:14), affermazione che contraddice radicalmente tutta la concezione del rapporto tra Dio e il mondo, caratteristica della gnosi e dello gnosticismo. Come ben fa notare Oscar Cullmann bisogna anche considerare la probabilità che sia stato proprio Giovanni a fornire un certo linguaggio e certi concetti allo gnosticismo successivo e non viceversa.(1)

IL CANTO DELLA PERLA O DELL'ANIMA

Questo canto narra di un redentore che viene mandato in Egitto, luogo della schiavitù delle anime (cioè questo mondo) per liberare le anime (la perla). Sopraffatto dalla materia finisce egli stesso per dimenticare la sua natura e la sua missione. Ha allora egli stesso bisogno di essere risvegliato dal sonno della sua anima attraverso una lettera, una parola divina che gli comunica la conoscenza (gnosis) grazie alla quale egli, memore nuovamente della sua origine compie la sua missione e ritorna presso il padre celeste ove riveste la sua originaria natura divina rifondendosi nell'unità della divinità.

Il canto è tradotto in Adolfo Omodeo, Saggi sul cristianesimo antico, Napoli, Edizioni scientifiche italiane 1958, pp. 370-371. Tra parentesi angolari <> l'Omodeo riporta aggiunte presenti nella versione siriaca.

Quand'io ero bambino
nella reggia di mio padre,
rigoglioso nella ricchezza ed abbondanza dei miei altori,
dall'Orienta patria nostra
mi dettero il viatico i genitori e m'avviarono.
Dalle richezze dei loro tesori
trassero fuori un bagaglio grande e leggiero insieme,
perché potessi portarlo:
oro preso dal paese degli Ellei,
argento non coniato del grande Gazak,
e pietre di calcedonia dell'India,
e perle di Kush.
E mi armarono di diamante
<a cui cede il ferro>
e mi posero addosso un abito gemmato ed aureo,
che mi avevan fatto per amor mio,
e un mantello di color d'oro
fatto per la mia statura.
Ebbero un colloquio con me
imprimendomi nella mente di non dimenticarli,
e mi dicevano:
"Se discenderai in Egitto
e ne riporterai la perla unica che è là
<circondata dal mare>
presso il drago divoratore,
potrai rivestire l'abito gemmato
e il manto di cui ti sei rallegrato,
<il manto della buona memoria>
e diverrai erede con tuo fratello nel nostro regno".

Mossi dall'Oriente
per via difficile e terribile,
con due guide,
e non ero esperto a percorrerla.
E passai il territorio di Mesene,
ivi è l'emporio dei mercanti d'Oriente,
e giungemmo alla terra di Babilonia <ed entrai nelle mura di Sarbug>.
Quando entrai in Egitto
allora mi lasciarono le mie guide, miei compagni di viaggio.
Ma io mossi per la via più breve verso il drago,
e presi dimora presso la caverna di lui.
E attesi che si addormentasse e cadesse nel sonno,
per portare via la perla.
Ero solo ed assunsi veste straniera
e sembravo straniero alla mia gente.
Là vidi un mio compagno dell'Oriente,
uomo libero, giovane amabile e bello,
figlio di magnati.
Costui s'appressò e s'associò a me,
e lo ebbi compagno
e me lo feci amico e compagno del mio viaggio.
Lo esortai a guardarsi dagli Egiziani,
e dalla comunione di questi (uomini) impuri.
Ma io indossai i loro vestiti,
per non parere straniero,
come uno che muovesse a rapire la perla,
e gli Egiziani non risvegliassero contro di me il drago.
Non so per quale occasione appresero
che io non era del loro paese,
e con arte ed inganno mossero contro di me
e gustai del loro cibo.
Dimenticai che ero figlio del re
e servii al loro re.
Venni in oblio anche della perla
per cui i miei genitori mi avevano inviato,
ma pel peso dei loro cibi
ero tenuto in un sonno profondo.

E mentre soffrivo ciò,
anche i genitori lo seppero e soffriron per me.
E fu bandito un bando nel regno nostro,
che tutti si adunassero alle nostre porte.
Allora i re della Partia e i dignitari
e i primati dell'Oriente presero una decisione a mio riguardo,
che io non dovessi più restare in Egitto.
Ed anche mi scrissero i dinasti firmando, così:
"Dal padre re dei re e dalla madre che regge l'Oriente,
e dal fratello che tiene dopo di noi il secondo posto,
al figlio nostro che è in Egitto salute.
Levati e riscuotiti dal sonno,
e ascolta le parole della lettera
e ricordati che sei figlio di re.
Ti sei piegato a giogo servile;
ricordati del tuo vestito intessuto d'oro!
Ricordati della perla per cui fosti mandato in Egitto.
Il tuo nome fu nominato nel libro della vita,
e insieme quello di tuo fratello
col quale devi assumere il nostro regno.
La mia lettera è una lettera
che il re ha sigillato come ambasciatore
per i malvagi figli di Babilonia,
e i demoni tirannici del Labirinto".
<Volò la lettera come l'aquila
regina di tutti gli uccelli,
volò e si posò su di me
e tutta si fece parola>.
Io a tal voce e a tale accento
mi risvegliai dal sonno,
e presala e baciatala <ruppi il sigillo> e la lessi.
V'era scritto di ciò che era inciso nel mio cuore;
e mi ricordai subito che son figlio di re,
e che la mia libertà invocava la sua natura.
Mi ricordai anche della perla
per la quale io ero stato mandato in Egitto,
e incominciai ad incantare il drago tremendo
e lo addormentai nominando il nome del padre mio,
<e il nome di colui che gli è prossimo di seggio
e della madre regina dell'Oriente.>
Rapita la perla me ne ritornai
a portarla ai miei genitori.
E deposto il sordido vestito,
lo lasciai nel loro territorio,
e tosto indirizzai il viaggio
verso la luce della patria d'Oriente.
E sulla via trovai la lettera
che mi aveva ridestato.
Ed essa, come mi aveva ridestato dal sonno con la voce,
così pure mi guidò colla luce che irradiava.
Ché talora la regia lettera di seta
<e colla sua voce e colla sua guida
mi balenava negli occhi
mi eccitava ad affrettarmi>.
Guidandomi e trascinandomi l'amore,
oltrepassai il Labirinto (Sarbug),
lasciai Babilonia alla mia sinistra,
e giunsi a Mesene la grande <il porto dei mercanti>,
che era sulle rive del mare.
<E la veste mia fulgente,
che io avevo deposto
e il manto di cui ero stato rivestito
dall'alto dell'Ircania i miei genitori me li inviarono
con tesorieri loro
a cui ritennero, per fiducia, di poterli affidare>.
Io non mi ricordavo dello splendor suo,
Ché ero ancora fanciullo del tutto,
quando la lasciai nei regni del Padre.
D'improvviso, vedendo la mia veste simile ad uno specchio,
vidi anche tutto me stesso in essa,
e vidi e conobbi per essa la mia natura,
che noi eravamo divisi in parti,
un'unica cosa essendo noi per natura,
e che ritornavamo unità in una forma.
Non solo: i due tesorieri che avevan portato la veste,
io li vedevo due
ma un'unica natura era in entrambi,
entrambi recavano un unico segno regio.
Il tesoro e la ricchezza avevano nelle mani,
mi restituirono quanto mi apparteneva
e mi resero onore,
e la veste magnifica,
che era variegata di fulgori,
d'oro e di pietre preziose e di perle di meraviglioso colore,
<e le cui cuciture eran segnate da pietre di diamante>.
E l'immagine del re dei re era su tutta la veste
e pietre di zaffiro eran sovrapposte in alto assai bene.
E ancora vidi
che da tutta s'irradiavano emanazioni di conoscenza (gnosis)
e che era pronta a parlare.
Sentii che diceva:
"Io son di colui che è il più valoroso degli uomini,
e per lui fui fatta presso il Padre stesso,
e sentii crescere la mia misura
crescere per impulso di lui".
E i suoi moti regali
si riversarono su di me
e si affrettò ad uscire dalle mani di chi la teneva,
a me che la dovevo indossare.
E il desiderio prese anche me
di andarle incontro e d'indossarla.
<tesi la mano e la presi>
e l'indossai carica di colori,
e del manto mio superiore a quello dei re
m'avvolsi tutto.
Indossatolo fui tratto in terra di pace augusta.
Chinato il capo
venerai lo splendore del Padre
che me lo aveva inviato,
perché avevo compiuto il comandamento,
ed egli fece quanto aveva promesso.
E nelle porte del palazzo fui accolto,
si allietò di me e mi accolse nel suo palazzo.
Tutti i suoi sudditi lo celebrarono con dolci voci.
Ma a me promise che io alla porta del re dei re
sarei andato con lui
per comparire colle mie offerte e colla perla
insieme col re stesso.



NOTE

(1) Oscar Cullmann, Origine e ambiente dell'Evangelo secondo Giovanni, Torino, Marietti 1976, p. 53: "In generale dobbiamo mettere in guardia chi voglia confrontare la teologia giovannica con la gnosi, dal rischio o dalla tentazione di spiegare unilateralmente tutti i punti di contatti fra le due realtà, sempre e soltanto come se si trattasse dell'influenza esercitata sull'Evangelo giovannico da determinate idee gnostiche. Anche prescindendo dall'ipotesi già citata secondo cui, inversamente, tali idee possono dipendere dall'Evangelo giovannico (tanto più se si considera che esse sono attestate in documenti generalmente tardivi), in linea di principio non si dovrebbe affatto prendere in considerazione una interdipendenza ed una reciproca derivazione. Si tratta di analogie, le quali in ultima analisi risalgono ad una sfera di pensiero comune" (il corsivo è dell'A.).

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